Sanremo 2021, Corruzione dei costumi o ricambio generazionale?

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Questa notte si è conclusa la settantunesima edizione del Festival di Sanremo con la vittoria dei Måneskin e la loro “Zitti e buoni”, che ci hanno fatto respirare un’aria di assoluta novità su quel palco che da più di settant’anni ci regala emozioni di ogni tipo

La novità introdotta dal Festival di Sanremo di quest’anno, però, è un’enorme amplificazione di ciò che già il buon Achille Lauro ci ha fatto conoscere l’anno scorso con la sua “Me ne frego” e Lo Stato Sociale, l’anno prima, con “Una vita in vacanza”.
Si avverte e si percepisce sempre più la voglia di un rinnovamento, un ribaltare gli schemi antiquati della tradizione sanremese e un porre in primo piano la libertà espressiva in tutte le sue accezioni.
Cosa sta succedendo nel panorama musicale italiano, quindi? È forse davvero arrivato il momento di dire addio a quella tradizione così rassicurante e romantica in favore di giovani giudicati “fuori di testa”?
Forse sì, forse quel momento tanto temuto dai più in là con gli anni sembra essere giunto per davvero. I Måneskin rappresentano, con la loro vittoria, la cosiddetta corruzione dei costumi, di latina memoria, o un semplice ma necessario ricambio generazionale?
Da quando, questa notte, la giovane band classe 1999 è stata proclamata vincitrice, affianco ai commenti di gioia ed esultanza, il web è stato tuttavia inondato anche da chi, non contento dell’esito della gara, lamenta una perdita di quei sani princìpi che hanno contraddistinto il festival della canzone italiana, festival apertamente family-friendly e che sembra stia perdendo sempre più questa sua caratteristica.

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La speranza è che questo Paese si evolva

 

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Al di là del fatto che la musica e il gusto musicale sono soggettivi, fortunatamente, è forse il caso di rendersi finalmente conto che l’Italia è viva e popolata da tanti giovani determinati a far sì che questo paese si evolva, tentando di toglierlo dalle mani di chi cerca di conservare a tutti i costi gli assetti ideologici, sociali e culturali tipici di una generazione che ormai può solo sedersi e assistere.

La condizione di subalternità particolarmente sofferta dalle generazioni più recenti è sentita e palpabile nei testi di quei giovani che hanno occupato il palco dell’Ariston: i Måneskin, ma anche lo stesso Achille Lauro, che con i suoi quadri in queste ultime cinque serate ci ha dato modo di sognare, ancora una volta, un Paese diverso, lontano dalla stigmatizzazione a priori di coloro i quali si battono contro il nuovo, in una visione di speranza secondo la quale, prima o poi, la normalità sarà altra. “Dio benedica chi se ne frega”.

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Articolo a cura di Giorgia Popolo

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