Eutanasia, caso Elena: Marco Cappato si autodenuncia per suicidio assistito

Elena (finora nota come Adelina), donna di 69 anni di Spinea (VE), sceglie la strada dell'eutanasia accompagnata da Marco Cappato, tesoriere dell'Associazione "Luca Coscioni", il quale si è poi recato dai Carabinieri di Milano per autodenunciarsi
Eutanasia caso Adelina: il tesoriere Matteo Cattaneo si autodenuncia

Si torna a parlare di eutanasia dopo il recente caso di Elena (finora nota come Adelina), la donna di 69 anni, che ha scelto liberamente di ricorrere al suicidio assistito per porre fine alle sue sofferenze. Alla donna di Spinea (VE), infatti, mesi fa era stato diagnosticato un tumore polmonare in fase di metastasi, per cui irreversibile: la donna, pertanto, aveva deciso di ricorrere alla drastica soluzione.

In Italia, tuttavia, le pratiche legate a eutanasia e morte assistita sono completamente illegali – riconducibili agli artt. 579 (Omicidio del consenziente) e 580 (Istigazione o aiuto al suicidio) del Codice Penale – da qui l’esigenza di eseguire l’operazione in Svizzera con spese a proprio carico.

Ma non è tutto: Marco Cappato, il tesorerie dell’associazione Luca Coscioni, nella giornata del 3 agosto, si è recato di sua spontanea volontà dai Carabinieri di Milano per autodenunciarsi.

Si tratta di un aiuto indispensabile per Elena perché lei non avrebbe accettato di mettere a rischio il marito e la figlia […]. Non siamo qui a chiedere tolleranza, che si chiuda un occhio, o a fare una dichiarazione pubblica per “poi invece minimizzare i fatti”. Per una persona che riesce ad andare in Svizzera, ce ne sono centinaia che non hanno i soldi, i tempi, le condizioni sanitarie per farlo e per sopportare quelle 8 ore abbondanti di viaggio che ha dovuto sopportare Elena.

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Per il suo gesto e per il coinvolgimento diretto nell’attuazione del suicidio assistito dettato dalla volontà della stessa Elena, Cappato rischia fino a 12 anni di carcere, con eventuale rischio di reiterazione del reato, come si evince dallo stesso Cattaneo che ha affermato di essere disposto ad aiutare altre persone in questa sofferta decisione: prima di Elena, infatti, Cappato era già stato al centro di una vicenda simile per aver accompagnato, nel 2017, Fabiano Antoniani – in arte Dj Fabo – al suicidio assistito in Svizzera.

Eutanasia: la sentenza 242/2019

Eutanasia caso Adelina: Marco Cattaneo si autodenuncia
Law book with a gavel – Euthanasia (Foto Pixabay)

In Italia, il diritto al suicidio assistito è sancito dalla Corte Costituzionale con la legge 242/2019 che dichiara la non punibilità dell’aiuto al suicidio in presenza di determinate condizioni. E le condizioni, come vedremo, sono davvero restrittive.

Senza entrare troppo in dettagli, proprio il caso Cappato-Antoniani ha portato prima alla legge 219/2017 [relativa a disposizioni anticipate di trattamento (DAT), pianificazione condivisa delle cure (PCC) ed  consenso informato], poi alla sentenza 242/2019. 

Lo snodo dell’intera questione, tuttavia, resta proprio questo: quali siano le determinate condizioni che ammettano il ricorso al suicidio assistito. Di fatto, quindi, esistono ancora condizioni incerte su come e quando l’eutanasia sia ammissibile nel nostro Paese: al momento un primo passo avanti può essere ricondotto al suicidio medicalmente assistito, ossia l’aiuto indiretto a morire da parte di un medico.

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Il caso, invece, pone la spinosa questione – ormai da tempo al centro del dibattito teologico, sociologico e morale – su un differente punto di vista, quello inerente all’eutanasia attiva e, ancor più nello specifico, all’eutanasia volontaria (decisione diretta del paziente terminale). Ancora una volta, l’Italia – dopo un timido passo avanti con la sentenza già citata – sembra ancora bloccata in una situazione di impasse sulla questione.

Certamente, l’intervento della Chiesa con valore oppositivo su una delle questioni più dibattute in ambito sociologico, teologico, giuridico e morale, è il maggiore degli aspetti da considerare ma il sempre crescente numero di italiani che richiedono l’eutanasia e il suicidio assistito getta una luce sempre più ampia sulla necessità di riconoscere – nelle parole e nei fatti – la piena libertà di autodeterminazione dell’individuo malato.

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