Intervista esclusiva a Giovanni Galletta, tra i più talentuosi e affermati registi italiani

Giovanni Galletta, vincitore di numerosi premi e acclamato da critica e pubblico, è un talento indiscusso che propone sempre film di alta qualità con uno sguardo acuto e un innovativo punto di vista cinematografico
Giovanni Galletta

Nato a Modena nel 1973, Giovanni Galletta è regista, produttore, scrittore, sceneggiatore e vincitore di oltre trenta premi nei festival del settore, tra i quali una menzione speciale al festival internazionale di Salerno ed il Premio Excelsior per il migliore mediometraggio italiano. 

Di seguito la sua filmografia:
1996 “Qualcosa dal nulla” (cortometraggio);
1999 “Una prova” (mediometraggio);
1999 “Il mistero del museo” (mediometraggio );
2000 “Per gioco” (spot pubblicitario);
2000 Regia del backstage del video “Una su un milione” di Alex Britti (su commissione);
2001 “La terapia” (videoclip);
2002 “La vita continua” (mediometraggio);
2005 “The Playmaker” (cortometraggio);
2010 “Dopo quella notte” (Lungometraggio uscito nei cinema il 09/07/10);
2012 “Il mistero di Laura” (Lungometraggio uscito nei cinema il 31/08/12);
2017 “Fuori c’è un mondo” (Lungometraggio uscito nei cinema).

L’ultimo film di Giovanni Galletta “Fuori c’è un mondo”, ha vinto inoltre il premio come migliore opera drammatica allo Houston Film Festival e il primo premio assoluto, sempre nel 2017, a London Film Festival. Il lungometraggio è stato inoltre finalista in concorso in festival internazionali in ogni parte del pianeta.

Ma veniamo, ora, all’intervista che Giovanni Galletta ci ha concesso in vista di Venezia 79.

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Giovanni Galletta: l’intervista

Giovanni Galletta
Locandina “Dopo quella notte” di Giovanni Galletta

Com’è nata la tua passione per il cinema e quando hai mosso i primi passi da regista?
La mia passione per il cinema, e credo veramente che si possa parlare di passione in un qualche modo addirittura in senso “biblico”, è nata in un pomeriggio molto probabilmente festivo all’età di 13 anni. Successe che arrivai al cinema Capitol di Modena, accompagnato dai miei genitori, in ritardo e dall’esterno di una giornata soleggiata e luminosa fu un attimo entrare in una sala praticamente buia almeno inizialmente, dove avveniva qualcosa che posso cercare di iniziare a definire confidandovi prima che solo nell’accingere a ricordare e quindi spiegarmi ho i brividi. Quel momento di tanto tempo fa per me è come se fosse l’altro ieri.

Non fu certo il film che veniva proiettato sul grande schermo a formare la mia vocazione (anche perché trovo il concetto “basso” di passione fortemente riduttivo per non dire offensivo del mio lavoro) ma semplicemente il riconoscimento seppur primitivo dell’evoluzione di un LINGUAGGIO che avveniva al mio cospetto, un linguaggio che era la rievocazione e ricostruzione della realtà allo scopo di approdare a molto di più, potenzialmente anche magari ad un’altra dimensione in cui ogni evento meraviglioso e magico avrebbe potuto, e soprattutto potrebbe ancora, essere possibile e accadere.

In quel film vidi insomma un linguaggio nuovo, un modo straordinario e sconosciuto con il quale avrei potuto esprimere quello che altrimenti non sapevo come “estrapolare” da me.

I primi passi da regista li ho mossi più o meno dieci anni dopo, ci arrivo con la domanda successiva, ma vi racconto un aneddoto divertente. Già dall’età di quattordici anni, durante le lezioni in prima ginnasio, mi divertivo a scrivere un piccolo sketch comico che poi dirigevo e recitavo insieme ad un compagno di classe durante l’intervallo. Io l’ho raccontato, voi però non ditelo a nessuno.

Come si è sviluppata la tua carriera da regista e come si è evoluta nel corso degli anni?
Il mio primo film, addirittura un lungometraggio, ho iniziato a girarlo praticamente da solo nei primi anni universitari. Quel film ormai nemmeno so dove è finito, può darsi che mia madre sia addirittura riuscita a perderlo in un trasloco. In ogni caso non lo farei vedere nemmeno sotto tortura, anche se voglio bene a quel lavoro, anche perché primariamente mi ha insegnato come non dovevo fare.

Il cinema infatti è un’industria, una fabbrica che produce il suo prodotto grazie ai suoi svariati elementi; è una catena di montaggio in cui c’è chi fa i lavori più disparati e tutto funziona se ognuno sta al suo posto e fa il suo lavoro al fine che si arrivi a soddisfare le esigenze del regista.
Il mio primo corto, anzi mediometraggio, importante e pluripremiato, quello che ha fatto la differenza e mi ha portato a diventare un professionista, è “Una prova”, lo trovate su YouTube come anche i successivi “Il primo pensiero” e “La vita continua”.

Tutti questi mediometraggi mi hanno portato al cambiamento importante e al passaggio al professionismo appunto perché ho potuto contare su una troupe, in questo caso che gravitava a livello di fotografia attorno a Gigi Martinucci, oggi noto direttore della fotografia che ha avuto lo stesso ruolo nel mio primo lungometraggio per il cinema, “Dopo quella notte”. Pensate che in “Una prova” ricoprì il ruolo di elettricista Michele D’Attanasio, oggi due volte David di Donatello come migliore direttore della fotografia, ruolo che ha curato, tra gli altri lungometraggi, anche negli ultimi due film di Nanni Moretti.

Credo che la vera e unica scuola di cinema sia il set, stare sul set il più possibile partendo ovviamente dai ruoli minori. Già incontrerete pochi registi disponibili a farvi stare sul set; io magari ho tanti difetti, ma sono sempre disponibile a battermi con il produttore affinché ogni ragazzo che me lo chiede abbia la possibilità di farsi almeno un giorno di set. Io non ho mai fatto apprendistato, non ho mai fatto da assistente a nessuno e purtroppo non riesco a rimpiangerlo, ma non vi fate confondere perché è solo e unicamente un problema mio.

Personalmente ho imparato sulla mia pelle facendo direttamente il regista, ma la strada da seguire è quella che avete capito bene.
Gabriele Muccino, l’unico regista che riesco emotivamente a definire il mio maestro, ai tempi dei suoi inizi ha pregato Pupi Avati di fargli fare da assistente sul set sino ad essere accontentato in cambio di una piccola prestazione da attore.

La stessa cosa ha fatto Nanni Moretti (un altro autore assolutamente fondamentale nel mio percorso artistico)per i Taviani che poi decisero di licenziarlo. Ferzan Ozpetek, solo come assistente prima e aiuto regista poi, vanta un apprendistato di vent’anni o quasi. Ecco, consiglio agli aspiranti cineasti di seguire questi esempi, e tenete gli occhi aperti sulle conoscenze che farete sul set, perché la vostra strada la troverete o la riconoscerete guardando gli altri fare cose che voi non sapete ancora fare. Se volete stare su un set comunque contattatemi su Facebook per esempio, sarò sempre disponibile a battermi strenuamente con la produzione per accontentarvi.

Giovanni Galletta
Locandina “Il mistero di Laura” (2012) di Giovanni Galletta

Cosa ti ispira maggiormente nella realizzazione di un tuo film?
Mi ispira soprattutto la costruzione del linguaggio tecnico e cioè il “gioco” delle inquadrature in previsione del montaggio e poi appunto la resa di esse sul set (che è sempre un altro paio di maniche rispetto a qualsiasi idea che ti puoi fare, perché nella pratica devi spesso fare i conti con gli imprevisti che capitano molto spesso). Il cinema è un romanzo che però si scrive con la macchina da presa, è appunto questo dato di fatto che la settima arte ha più del teatro. Poi è chiaro che c’è tutto il lavoro di direzione degli attori che può essere molto semplice e molto complesso, delicato e rigoroso anche se a volte può diventare comico o grottesco.

A quale tuo film sei maggiormente legato?
Sicuramente a “Fuori c’è un mondo”, il mio ultimo lungometraggio uscito al cinema che trovate su Prime video. Credo che sarà così anche per il prossimo film. Fare cinema per me è un percorso di crescita sia artistico che personale (ed emozionale). Crescere è normale e salutare proprio perché non hai mai finito di farlo. Ecco perché il film a cui sono legato è il più maturo, quello in cui più confluiscono tutte le mie esperienze passate che per forza di cose credo che mi abbiano portato a dare il meglio in quell’ultima occasione.

Raccontaci un aneddoto particolare riguardo ad un attore cui hai lavorato e con cui vorresti lavorare in futuro.
Guarda, ce ne sono tanti. Me ne viene in mente uno a riguardo di Maria Grazia Cucinotta. Io sono li che cerco di dirigere una diva come lei e mentre lo faccio la vedo abbassare gli occhi e poi rialzarli prima che la sua voce arrivi a sussurrarmi: “me la sto facendo sotto per la paura”.

Mi è sembrata una confidenza molto dolce e umile, che non mi sarei mai aspettato da lei, praticamente fantascientifica visto che non doveva recitare assolutamente niente di particolare. Non so se le ho risposto o meno oltre ad un sorriso ma sicuramente avrei voluto dirle che se aveva paura lei io che ero al primo film che cosa avrei dovuto dire? In realtà invece non ero affatto impaurito. Anzi. Se mi dovessi descrivere in quel momento direi che ero romanticamente intrepido (al primo film, anche se hai fatto tanti cortometraggi non sai mai bene a cosa vai incontro), ero eccitato ed estasiato, in una parola sola ero semplicemente, incredibilmente, FELICE.

Vi racconto un altro aneddoto. Primo giorno di set del mio primo lungometraggio. Attrice che mi trovo a dirigere: Serena Grandi. Attore che devo dirigere: Enrico Lo Verso. Che gli dici il primo giorno di set del tuo primo lungometraggio al protagonista di un capolavoro come “Il ladro di bambini”??? Quel giorno sono lì che lo fisso mentre lo stanno truccando, mi chiedo cosa dirgli riguardo alla scena da girare e mi ritrovo talmente spiazzato che mi convinco che da li a trovare una risposta possono passare anni.

Alla fine, decisione tragica: non gli dico assolutamente nulla. Ed incredibilmente è stata la scelta giusta. A certi professionisti, almeno al primo ciak, credo che tu deva lasciare fare; potresti avere l’occasione di apprendere che hai da imparare anche solo a guardarli fare il loro mestiere. A Enrico Lo Verso mi èare di averlo diretto senza avergli mai detto una parola.

Lo stesso ricordo vale per Maurizio Mattioli che in “Dopo quella notte” non ha certo recitato una parte comica. Oserei dire che ha recitato la scena a braccio, apparentemente senza impegnarsi troppo. Ma era solo una mia impressione. Alla fine del ciak non sapevo cosa dirgli e ho continuato a non dirgli niente. Certo sono eccezioni, normalmente gli attori vanno diretti eccome sino ad ottenere il risultato che si desidera.

“Fuori c’è un mondo” (2017) – Trailer

Tra poco ci sarà la 79esima mostra del cinema di Venezia e poi a ottobre la festa del cinema di Roma. Qual è la tua opinione su queste manifestazioni e come vedi in generale il cinema italiano?
Dopo il maledetto (ma da alcuni incredibilmente, addirittura, amatissimo) Covid e l’avvento e consolidamento delle piattaforme, il cinema sta gravemente e sempre più perdendo la sua identità, si sta contribuendo ad ucciderlo in un modo vergognoso e violento, terribile, imperdonabile. La vera identità del cinema è e deve rimanere quella di uscire sempre in prima battuta nelle sale cinematografiche.

La manifestazione della visione nella sala cinematografica è l’unico modo per mantenere viva la natura originaria della settima arte, natura sacra ed intoccabile. Scusate l’enfasi, ma quello che si è ultimamente fatto al cinema mi ha fatto incazzare e provato molto. Sono fiero di essere un purista e di riuscire a rimanerlo alla faccia delle mode. I festival che hai citato sono preziosi perché si svolgono ancora nelle sale cinematografiche, e quindi mantengono intatta la purezza di quest’arte straordinaria e ci ricordano quello che il cinema è.

Il cinema italiano purtroppo lo vedo male. Ma la colpa non è degli autori italiani. La colpa è del sistema prima e del pubblico poi che si assuefà alla televisione e si dimentica che cosa è la cultura, l’arte e la poesia. La poesia non sappiamo cos’è già per “educazione”. Le poesie ce le hanno fatte inizialmente imparare a memoria, siamo talmente diventati scemi nel farlo che, nel caso qualche insegnante delle elementari o delle medie ce ne ha spiegato il significato, nessuno se lo ricorda perché è stato costretto a preoccuparsi del compitino di fare memoria. Non credo che tutti abbiano fatto il liceo dove lì i bravi insegnanti che ti insegnano le poesie ci sono.

La televisione poi, rispetto al cinema, non costa niente, ce l’hai a casa già bella pronta, troppo facile imparare, anzi DISIMPARE, la vita da essa, conoscere e sapere quello che vogliono che sappiamo.

Dopo tutto questo genere di status quo (la violenza dell’anti cultura imposta della televisione) appunto ci si è messo anche il Covid a chiudere le sale cinematografiche, e molte di esse dopo quella crisi hanno dovuto arrendersi e chiudere. Se continueranno così e nessuno farà niente il cinema morirà e vincerà il brutto, il mediocre, la volgarità, l’anticultura, l’assenza di ogni valore, e diventeremo sempre più omologati e sempre più inconsapevoli di quello che il sistema ci sta facendo per preciso interesse a farlo.

Non sto dicendo che il cinema è l’unica salvezza, sto dicendo che un arte pura come quella del cinema di questo passo sarà la prima a morire. E non se lo merita di certo. Svegliamoci tutti, e aiutiamolo uscendo di casa, pubblicizzandolo, disimparando l’apatia e riprendendo ad educarci allo stupore di cosa significa emozionarsi. Solo così la settima arte avrà speranza.

Giovanni Galletta
Locandina “Fuori c’è un mondo” (2017) di Giovanni Galletta

Il cinema italiano è ancora vivo o lo streaming è il futuro?
Se per streaming intendi la pirateria ovviamente credo che vada combattuta in modo molto ma molto più duro di come si è fatto. Se per streaming intendi le piattaforme allora il discorso può cambiare. Dopo che un film ha terminato il suo percorso nelle sale cinematografiche, le piattaforme e qualsiasi altro mezzo per fare continuare la fruizione del film possono andare benissimo, fosse appunto anche la televisione anche se del cinema è stata e continuerà ad essere, come diceva Fellini, la peggiore e la più volgare nemica perché, come spiegato, gioca sul semplice e sul comodo, favorisce la distrazione e non deve nemmeno convincere perché fa parte delle nostre, anzi direi vostre, vite.

Scusate se mi permetto di dire “vostre” ma sono fiero di dire che io la televisione non la apro da anni, da mesi non compro più nemmeno il giornale, mi bastano i social.

Il televisore lo uso eccome, certo, ma solo per guardare film che non passano in televisione ma sulle piattaforme. Insomma, temo che le piattaforme saranno il futuro, ma voglio tanto sperare che non sia così soprattutto se contribuiranno a essere il lancio di un film senza che l’opera sia uscita prima al cinema.

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Concludiamo con una domanda sui gusti personali. Di quali generi o titoli sei fan e quali attrici o attori famosi ti piacciono e stimi? E tra quelli emergenti c’è qualcuno che dovremmo tenere d’occhio e che ritieni abbia potenzialità per esplodere?
I miei film preferiti appartengono ovviamente al genere drammatico – d’autore che è quello che cerco di fare io. Un film centrale per la mia crescita è stato “L’ultimo bacio”, di Gabriele Muccino. Guardando quel film mi sono sentito “derubato” perché Gabriele usava in quel momento storico lo stesso modo di esprimermi che avrei usato io mentre guardavo quel film, “derubato” di un modo di esprimersi, sia chiaro, non certo di qualcosa che poteva essere considerato esclusivamente mio. Credo che nessuno sia in grado di usare la macchina da presa come la usa Gabriele, esattamente al servizio della storia e delle emozioni.

Altri film che amo molto, e di conseguenza i loro registi, sono “La finestra di fronte” di Ferzan Ozpetek, “Le acrobate” di Silvio Soldini, e spostandomi all’estero mi sento di citare almeno “Contact” di Robert Zemeckis e “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Steven Spielberg. Ovvio che mi hanno segnato molto diversi altri film di Gabriele Muccino, ma la stessa cosa posso dire in maniera minore anche per Ozpetek, per Soldini, per Spielberg, per Zemeckis eccetera. Poi amo molto Woody Allen; la vera commedia moderna, che cita e riprende senza copiare anche Chaplin e Keaton, è lui, è senza dubbio lui.

Per quanto riguarda gli attori fatico a parlare di quelli d’oltreoceano perché ho qualche problema con le lingue. Amo molto Giovanna Mezzogiorno e mi dispiace tanto che si sia defilata. La migliore attrice con cui ho lavorato è Lucrezia Piaggio, e guarda caso anche lei non fa più film perché si è dedicata alla famiglia. Non dico niente ma credo che sia un vero peccato per il suo talento. La stessa cosa vale per Giovanna ma lei ha avuto la possibilità di dimostrare tanto e spero che decida di riprendere come prima. Adoro insomma tutti gli interpreti che sanno calarsi fortemente a livello emotivo nel personaggio.

Tra gli emergenti mi sento di segnalare Alma Noce che però emergente non è già più dal momento che, considerata la sua giovane età, ha fatto già veramente tanto. Poi citerei Noa Zatta (co-protagonista femminile di “Il ragazzo invisibile”) e adesso vi faccio un nome di una vera emergente che non so in quanti conoscono. Si chiama Linda Zampaglione ed è doppia figlia d’arte: i genitori sono infatti Claudia Gerini e Federico (Tiromancino) Zampaglione. Credo di avere intravisto in lei delle potenzialità davvero particolari.

Rimaniamo quindi sicuramente in attesa di “L’imperscrutabile“, il suo quarto lungometraggio attualmente in preparazione.

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